La cotta nazionale per Mr Southgate

L'allenatore della Nazionale inglese è un "middle-aged crush", l'uomo e il leader ideale. I sogni delle donne, le rimostranze degli uomini e quello che sfugge (e sì che non è difficile) quando si parla di leadership
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6 JUL 21
Ultimo aggiornamento: 04:15 AM
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Gareth Southgate è “la cotta di mezz’età definitiva: voglio che mi accompagni all’appuntamento per la colonscopia e mi aspetti fuori seduto mangiando uno scotch egg in dignitoso silenzio”. Southgate è l’allenatore della Nazionale inglese, cinquantenne elegante sposato da venticinque anni con la stessa moglie, “un ragazzo normale”, dice di lui l’amico e mentore Alan Smith, “uno concreto, che non vive in una bolla, ma con i piedi per terra”: ora che l’Inghilterra è in semifinale, Southgate è l’uomo del momento, il leader senza eccessi cui gli inglesi affidano la loro “englishness”, il cinquantenne affidabile che le donne sognano.
Alla costruzione del cinquantenne perfetto hanno partecipato, a loro modo, anche degli uomini, alcuni citando le frasi da “crush” delle mogli, altri ribadendo quel che i mariti dicono sempre: bastava chiedere, siamo tutti un po’ Southgate, se solo ci stimolaste un pochino. In generale fingono ironia – perché l’allenatore ha naturalmente anche un senso dell’umorismo unico e irresistibile – ma si vede che non si divertono affatto: è molto più semplice misurarsi con l’imperfezione, con i leader che si azzuffano, si contraddicono, baciano amanti sotto le telecamere e hanno i capelli arruffati. La faccenda del leader che ti assomiglia non è come sembra: diciamo di voler capi migliori di noi, ai quali tendere e ai quali ispirarci ma poi la loro mediocrità è l’alibi più potente per ognuno di noi.
I commentatori maschi – tendenzialmente di calcio si occupano loro e, prima di diventare una cotta nazionale, Southgate era soltanto l’allenatore della squadra che sta disputando gli Europei – sottolineano i meriti della leadership di Southgate. Il Times ha pubblicato un editoriale in cui elenca le sue “qualità”: la fiducia nei suoi giocatori e l’autonomia che coltiva per ognuno di loro perché “all’ottantacinquesimo minuto loro potrebbero dover prendere decisioni che ci fanno vincere o ci fanno perdere e non possiamo prenderle noi fuori dal campo” (queste sono parole di Southgate). Poi c’è “l’umiltà contagiosa”, la capacità di rivolgersi non soltanto alle star ma anche ai giocatori che ha lasciato in panchina. E “sopra a tutto”, scrive il Times, c’è la resistenza di questo leader, tutti gli ricordano il rigore che sbagliò nel 1996 contro la Germania e lui non si deprime, non si lamenta del peso che da decenni si porta addosso, ma dice ai suoi: stiamo costruendo i ricordi di questa nazione, vediamo di farli belli che ce n’è bisogno. Il Times conclude l’editoriale con una speranza calcistica, regalaci il lieto fine, caro Southgate, perché qui non c’è un “crush”, c’è tifo e patriottismo calcistico.
Nell’altra metà del cielo invece si sogna un uomo di mezza età che sappia guidare una squadra, un paese, una famiglia, una moglie e anche se tutti i dettagli sulle lavastoviglie possono ingannare non è un badante il leader e il cinquantenne perfetto: è un adulto.